di Matteo Rivadossi
Nessun canyon inizia così discretamente come il Vallone
della Bendola, tra dolci pendii pettinati dal vento. Un viaggio
inaspettato proprio sotto lo sguardo severo delle antiche ca-
serme, guardiani irreali di questo scampolo di Marittime.
Mi giro per l’ultima volta. Macio è restato al passo, ieratico
controluce ritagliato nell’arancio radente del sole. Mi grida
qualcosa che io non posso più sentire perché sono già in
un’altra dimensione. Buon Barbaira a te, amico. Ci vediamo
a Castou!
E pensare che se c’era un autista a risparmiarci una infinita
navetta adesso non saremmo in due in due torrenti diversi
e in due stati diversi!
Quando le lancette dello Swatch segnano le otto e venti è
già ora di scottarsi nella prima pozza gelida e nerastra. Tra
lei e me solo una sensuale mutina da due millimetri.
Poi giù, sui primi passaggi con le Salomon non che aspet-
tano altro se non incollarsi al calcare grigio asciugato dal
vento tiepido di stanotte. Ma che stellata, stanotte!
Ma qua, a giugno, non avevamo saltato? Ora i massi del
fondo sono troppo visibili nell’acqua scura, un metro sotto
la soglia asciutta. Meglio non rischiare. Corda, disarrampi-
cata, tuffo. Vale a dire calata, passaggio, pozza in tutte le
combinazioni possibili per il gioco di scendere in questa gola
arsa ma solenne. Se la roccia asciutta mi permette eleganti
passaggi d’arrampicata, alcuni potevo risparmiarmeli…
Dopo il primo lungo tratto di marcia ecco la calata da 60, il
masso incastrato e la prima acqua corrente. Sono le tappe
anticipate dalla mente che riscopro magicamente diverse.
Ma conosco i regali delle solitarie secondo i quali niente è
più la stessa cosa. Li conosco e li adoro.
Mi accorgo di essere veramente veloce solo alla base della
splendida cascata da 45, forse la diva tra la dozzina di calate
obbligatorie della Bendola: è passata quell’ora e venti che
mai sarei stato in grado di quantificare. Forse sto correndo
troppo, forse sarebbe meglio risparmiarsi, mi chiedo.
Nel bellissimo tratto seguente mi aspettano le ultime calate
ma anche qualche tuffo dove sarà meglio essere molto
precisi… Che strano poi parlarsi sulla soglia indicandoti la
parete o il masso da evitare!
I pascoli alpini da un pezzo sono un rassicurante paesaggio
mediterraneo. A due ore esatte arrivo al campo annunciato
dalla verde marmitta a cuore. Se fosse un altro momento
al Bois des Ours significherebbe essere alla fine del primo
giorno, pronti per le salamine e l’indimenticabile bivacco in
parte al fuoco. Come a giugno di quest’anno o ad agosto di
sette anni fa. Sempre negli zaini pesantissimi lo sfoggio di
ogni prelibatezza a discapito del confort per la notte.
Un telo termico ogni tre chili di luganiga, aveva teorizzato
il Cive sulla base scientifica dell’episodio del mitico Tanfo
che nel ‘97 era riuscito ad annegare nove sacchi a pelo
trasformando il suo sicurissimo bidone in un cadavere da
70 chili! Quella volta l’insopportabile Giò Guidi, pagando
la sua prima forra, a Ventimiglia non riuscì a fare i gradini
dell’autobus mentre in due con un Ciao ci ingaggiavamo in
una navetta improbabile verso gli sterrati di Marta…
Oggi per me questi ricordi saranno concentrati in due minuti,
giusto il tempo per succhiarmi un vomitevole gel al chinotto
perché altro non mi entrerebbe. Eppure sono nella stessa
Bendola!
Apro la cerniera della muta, stringo le fettucce delle scar-
pette dell’uomo ragno e gli spallacci dello zainetto spaziale:
ma che dura che sarebbe questa Bendola senza plastica!
Parto fortissimo, troppo forte per reggere cinque chilometri
odiosi tra i massi. Troppa strada per le cartilagini vittime di
vent’anni di speleologia. No, questa non ci voleva proprio: il
ginocchio destro mi cede a metà di questo maledetto tratto
e per un attimo tutto mi crolla addosso.
Zoppicando sono costretto addirittura ad augurarmi di
nuotare in quei lunghi e fastidiosi laghi, buoni almeno per
riprendere forza.
Alla passerella della Barragne giungo con uno spirito ben
ridimensionato rispetto all’euforia iniziale ma anche con tre
ore e venti che mi ridanno coraggio.
In fondo quello che mi aspetta sono meno di due chilometri
di corridoi allagati. Una quarantina di minuti a dorso da
dove poter guardare in alto scoprendo qualche raro angolo
di cielo e tanti pensieri. Senza fretta perché so che tutto
poi svanirà.
La Bendola senza numeri né tempi adesso è attorno a me.
C’è tempo per abbracciare Macio, per telefonare a Sonia.
Ancora tempo per vivere, tempo per respirare. |